domenica 8 febbraio 2009

La preghiera di Angela, aiutare gli altri - Una nuova storia di anziani, povertà e volontariato al servizio di chi è in difficoltà.

Angela ci aspetta, seduta dietro una piccola scrivania. “Venite, sono io”. Sorride, rossetto rosa acceso, come il golf di lana liscia.
Nella piccola stanza dell’Auser dove la incontriamo, ci accoglie e subito racconta: “Aiutare gli altri mi ha salvata dal dolore, quando mio marito dopo 37 anni di matrimonio mi ha lasciata ed è andato via”.
Angela ha 70 anni e vive con la figlia, una donna adulta di più di trent’ anni, separata e senza lavoro. “L’ ho ripresa con me, potevo lasciarla per strada?”. Ma, convivere in una casa di 70 metri quadri, con 800 euro in due è dura. La seconda settimana comincia a salire lungo la spina dorsale una tensione sottile ma strisciante, la terza è il panico, alla quarta si prega e si comprano tonno e patate per sopravvivere”.
Angela tiene la mani giunte, come in un atto di preghiera intima, che forse neppure lei saprebbe esprimere. Le dita affusolate e nodose, le macchie scure che disegnano geografie di una vita esule e densa di ricordi, di emozioni. “Sono calabrese. Vivo qui da quasi quarant’ anni. Dopo il matrimonio ho seguito mio marito che era operaio all’ Ilva”.
“A casa ho le finestre rotte. Entra il freddo e vorrei tanto ripararle, ma non posso. Tiro la cinghia perché preferisco pagare subito le bollette. Guai a tardare, mi sento a disagio”.
Scatolame, pasta in bianco e patate, ecco la dieta della terza e quarta settimana. L’ Italia da cartolina è solo in TV: una maschera sorniona a coprire rughe e lacrime. I poveri non mangiano pesce fresco, non si avvicinano neppure alla frutta e alla verdura, il latte lo bevono ogni tanto e la carne la comprano solo per i figli.
Vivere sembra diventato una corsa ad ostacoli eppure resiste, nelle parole di Angela, nei suoi occhi, la luce della solidarietà, fra la polvere e l’ odore acre dei fumi; fra il cielo di nubi e la pallida luce di questa città.
“Grazie all’Auser assistiamo tanti anziani che sono soli, deboli, abbandonati. Li aiutiamo a sbrigare tutte le piccole incombenze quotidiane: la spesa, i pagamenti. Spesso facciamo solo compagnia, una passeggiata; niente di speciale”. Racconta di un’ anziana diabetica, sola e scarsamente autonoma, che si rivolge al centro anziani ogni giorno, chiedendo l’ assistenza domiciliare, socio-sanitaria, del Comune e dell’Asl. Lei non ha più risposte da darle e soffre per questo.
“Nasce dentro la voglia di aiutare. Fa bene a noi, più che a loro. Glielo ripeto, il volontariato mi ha salvata dalla depressione. Piano, piano, occupandomi di chi stava peggio di me, sono tornata forte. Non ho possibilità di avere aiuti, nè da parte dello Stato, né da parte degli istituti di credito. Non ne ho diritto, purtroppo”. E la Social Card? Oggi anche dieci euro sono qualcosa per chi non ha nulla. Ma a me non spetta, perchè ho la casa e l’ assegno di mio marito. Paradossale, vero?
E’ Angela a raccontarci delle difficoltà, taciute per pudore, di tanti genitori anziani e dei loro figli adulti, costretti a inedite forme di coabitazione, a causa della precarietà del mondo del lavoro giovanile, del caro affitti e della crescita esponenziale delle separazioni, più che mai, oggi, responsabili delle nuove povertà.
“Le persone che assisto si lamentano della solitudine. Soffrono molto di più per l’ abbandono e la mancanza di amore, che per i loro malanni. Mi chiamano ‘il mio angelo’, io non mi sento un angelo, cerco solo di aiutarli a non sentire troppo il dolore per l’ assenza dei loro figli.
Se penso al domani, mi preoccupo per i nostri giovani. Non è un mondo bello in cui vivere.
Un tempo avevamo meno cose ma eravamo più felici. Sapevamo apprezzare quel poco.
Chissà, forse la crisi ci aiuterà a ricominciare da lì”.


Mara

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6 Commenti:

Anonymous Anonimo ha detto...

iMara, ti metto due commenti, uno sopra e uno sotto!
Lo sai che amo come scrivi, in un articolo giornalistico non ti conoscevo e devo dire che sei bravissima!!! E' commovente, interessante, scritto benissimo.
Brava! Ti auguro il successo che meriti.
^ ^
Mina C.

10 febbraio 2009 18:45  
Blogger Mara ha detto...

@Mina C.: Mina, sai, questo pezzo è stata una sfida. Era la prima volta che mi cimentavo con uno stile di scrittura che si allontanasse dalla narrativa, dai toni e dalla forma letteraria.
Il mio direttore mi ha molto aiutata (ma mi ha fatto anche stare sulla graticola!).
Osservandolo al lavoro nell' intervista, ascoltando suggerimenti e leggendo i suoi articoli, mettendomi alla prova, tutto alla fine è venuto da sè.

Sono felice che ti sia piaciuto!
E grazie per esserci.
Baci.

11 febbraio 2009 17:24  
Blogger Elena T. ha detto...

Una storia così vera che fa male al cuore!!

12 febbraio 2009 12:25  
Blogger Mara ha detto...

@Elena T. : Sì, Elena mia, ma è anche una storia di speranza.
L' esperienza di una donna che dal male e dai rivolgimenti della sorte ha saputo trarre insegnamenti e forza per vivere in modo attivo e utile.
Ti abbraccio forte!

12 febbraio 2009 14:06  
Anonymous Anonimo ha detto...

Che bello Mara, mi piace molto questo tuo nuovo stile, forse più scorrevole, non per questo meno intenso. Spero che vorrai cimentarti di nuovo in post di questo tipo.

Riesci sempre a vedere oltre, hai un bellissimo dono.

Un bacio

13 febbraio 2009 15:47  
Blogger Mara ha detto...

@Clò: tesoro grazie! : D

E' lo stile giornalistico che si impone con la sua necessaria chiarezza e linearità espressiva.
Sai, all' inizio temevo mi sarebbe pesato e anche di non essere capace di limare il mio stile che tende ad essere più letterario e ricco. In realtà invece mi è venuto naturale, ma anche perchè mi sono posta sulla scia di un maestro che, un amico comune, ha definito "scrittore-giornalista"!
: )

Un bacio grande, cara dolce Clò!

14 febbraio 2009 16:55  

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