martedì 5 maggio 2009

Una storia di guerra - Gipi, “Appunti per una storia di guerra”.

Ventidue luglio, stazione Tiburtina, Roma.

Un’ ora di tempo. L’ autobus che scenderà nel cuore del Sud arroventato concede minuti oziosi e la ragazza in attesa non ha voglia di caffè.
Ha bisogno invece di un manuale ben preciso e la porta a vetri della libreria della stazione sembra saperlo: le si è appena aperta davanti, per via di una fotocellula troppo sensibile.
La ragazza entra con le idee chiare e l’ orario di partenza nella testa. Non sa ancora che uscirà da lì correndo, in ritardo, stringendo due libri sotto il braccio di cui ignorava l’ esistenza: uno è “Appunti per una storia di guerra”, racconto lungo su tavole acquerellate, di un artista delle storie per immagini, Gianni Pacinotti, conosciuto con il nome di Gipi.

...

Otto agosto duemilaotto, Pechino.
Numero magico, tripudio di “otto”, cieli e congiunzioni astrali propizie, cerimonia di apertura dei XXIX Giochi Olimpici.
Eccitazione, fremiti, trionfo di colori ed effetti speciali, coreografie infallibili di figuranti che appaiono lontani dall’ imperfezione umana. Fuochi fatui e pirotecniche evoluzioni nel cielo di una città lontana dalla comune idea di confini e dimensioni di una popolazione urbana.
Tutto programmato, tutto deciso, tutto organizzato, l’ enorme macchina sovrastante macina velleità indesiderate e dà prova di meraviglie senza pari. Le bocche sono aperte, è andato tutto come doveva.

Otto agosto duemilaotto, Tskhinvali, capitale dell’ Ossezia del Sud.
Inferno.
Missili da aerei appiccano incendi. Bombe cadono e devastano case, palazzi, monumenti, strade.
Folle in dispersione scomposta cercano rifugio e riparo, fuggono. Ovunque orrori inattesi, fuoco, fragore, lutti, carni straziate. Carri armati, divise e caschi, mitragliette, munizioni, fronti aggrottate, nessuna pietà per il nemico. Solo sangue, urla, disperazione, terrore. La terra non trema ma è capovolta lo stesso.
Mille e quattrocento morti. Sono le famiglie a piangere questi numeri.

Otto agosto duemilaotto, Taranto.
Poche ore di tempo ancora, poi la partenza. Ferie brevi, quest’ anno, fedeli al bisogno di quiete, di riposo. Il cielo è limpido, le poche nubi isolate, senza forza nè convinzione, seguono le deboli correnti che proteggono il bel tempo di agosto. La ragazza siede in un tavolino all’aperto di una gelateria fuori mano. Un’ aria lieve le scompiglia i capelli. Alcuni cani, in lontananza, avanzano in un piccolo branco dietro all’ unico capo. Si sente bene.
Gode dei colori del tramonto e pensa che colui che ama sta tornando da lei.

...

“Appunti per una storia di guerra” nasce attorno ad una domanda semplice: quanto devono scoppiare vicino a noi le bombe per farci sentire che una guerra è nostra? Fino a quale distanza devono raggiungerci l’ eco della morte, della distruzione, i bagliori dei missili nel cielo, la fame, la carenza di acqua, medicine, di sicurezza, per farci dire che siamo in guerra?
Cosa fa sì che leggiamo sui giornali di invasioni, carri armati, carneficine di cittadini comuni, studenti, uomini, donne, come noi, senza che ci nasca dentro altro che una fugace indignazione, un debole choc e, per contro, invece, tanta rapida voglia di voltare pagina e tornare alla nostra vita?

Lo spunto di “Appunti per una storia di guerra” è questo. Il romanzo è molto altro da ciò.
Un racconto corale di fragili giovinezze smarrite, storia amara e dolente della confusa ricerca di un senso e di legami inscindibili in cui finalmente trovare riposo e sicurezza. E’ la lotta per la libertà dall’ infanzia e dall’ incoscienza; l’ affermazione feroce della propria identità, la violenza di ragazzi non ancora uomini alla ricerca del proprio ruolo in un gruppo, incontri di fragilità che si preparano alla battaglia della vita.
I protagonisti degli “Appunti” di Gipi sono ragazzi ordinari nella loro esperienza di marginalità e solitudine. Seguiti, con occhio mai distaccato, nella lotta per una debole sopravvivenza, in mezzo a pericoli, violenze e aggressioni. In un percorso di cambiamento che li vedrà via via mangiati dal veleno della sopraffazione, un morso per volta; li mostrerà destinati, loro malgrado, a smarrire innocenza, lealtà a sè e agli altri; li seguirà mentre perdono ogni remora, nel fuoco di una guerra che annienta e deturpa qualunque forma di umanità.

Gipi racconta la mostruosità generata dalla guerra nell’ uomo ma anche, e forse soprattutto, la crudeltà del crescere troppo in fretta, la durezza della vita adulta; lo smarrimento nell’ assenza di parole che fungano da guida, di mani che si tendano in aiuto, di occhi partecipi e nidi protettivi cui tornare dopo aver cercato sè stessi anche attraverso la rottura di ogni alleanza, la rinuncia alla saggezza o all’ equità. La guerra di Gipi è lo scenario in cui si dispiega la metafora della battaglia dolorosa, e mai priva di vittime, della ricerca di sè. La violenza che si origina, spesso inaspettatamente, nella fatica di trovare sè stessi fra le rovine e la distruzione di ciò che viene sacrificato. E che non tutti hanno occasione di poter ritrovare e recuperare, come parti di sè da reintegrare, a conflitto sanato.

I giovani personaggi che animano il romanzo a fumetti di Gipi sono in guerra. L’ autore no, ed è solo lui a porsi l’ interogativo che ha dato vita al romanzo, ossia perchè è così difficile per noi che siamo nati, cresciuti, educati, alla cultura della pace, sentir parlare di guerra, volerla vivere almeno con il sentimento della partecipazione emozionale. Perchè è così arduo percepire i conflitti attorno a noi come nostri, in quanto rapina di vite, sogni, progetti, rovina di semplice quotidianità di nostri simili, che definire fratelli, oggi, suona quasi ridicolo?
Quand’ è che si è perso questo sentimento di fratellanza e di prossimità? Quando è cominciata la solitudine nell’ esperienza di vita contemporanea? Per quale ragione non sentiamo più alcun afflato verso chi è poco distante dai nostri occhi, celato alla nostra vista magari solo dietro una porta dirimpetto alla nostra, sullo stesso piano del medesimo palazzo?

Gipi non ha alcun interesse a scrivere best seller di sociologia moderna, nè saggi di psicologia di comunità.
Io non ho alcun interesse a scrivere best seller di sociologia moderna, nè saggi di psicologia di comunità.

Non serve qui. Non è richiesto.

“Appunti” parte da una sensazione di sconcerto e va oltre. Sceglie di raccontare, non di indagare cause o ricercare perchè. Niente risposte preconfezionate. Nessuna personale interpretazione che travalichi la sensibilià e la coscienza di ciascun lettore.

Gipi ha aperto solo un interrogativo, sul finire di luglio, nel corso del viaggio silenzioso di una ragazza su di un autobus deserto.
Interrogativo che, nel giorno della festa, del trionfo, del fasto dell’ apertura di Pechino 2008, e nel riposo a migliaia di chilometri della stessa ragazza seduta a mangiare un gelato, l’ invasione dell’ Ossezia del Sud, ha risvegliato.
Legando un momento della storia comune e un altro personale al destino dolente di un popolo in guerra, la cui sofferenza appartiene a tutti, in quanto tutti esseri umani.


Mara

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2 Commenti:

Anonymous Roberta ha detto...

Mara giuro che ogni volta che leggo un tuo intervento sul tuo blorum resto......basita! in positivo chiaramente. E sistematicamente un brivido mi pervade la schiena. Nonostante stai raccontando solo un fumetto, trasmetti emozioni forti e incancellabili. Ciò che hai scritto qui, anche se immagino sia una semplice recensione come tutte le altre, è qualcosa che ti entra dentro subito e ti gira nella testa e ti resta dentro direi. Sai quanto ti apprezzo e ti apprezzo soprattutto nelle piccole cose come una recensione semplice...anche se semplice nn dire perchè scritta con dovizia di particolari e accuratamente. Non so se è x il contenuto del fumetto o per le tue parole precise, ma mi hai incuriosito molto. Questo fumetto mi ha incuriosito e quando ho cominciato a leggere un'immagine m'è passata per la mente: l'idea dell'ostrica di Verga, autore che io amo molto. Alla fine, l'idea dell'ostrica è star attaccati alla proprio focolare, alla propria famiglia, alla propria terra, niente di più. M'ha le tue parole me l'hanno riportata alla mente. Un'altra cosa m'ha colpito poi: " io non scrivo di sociologia moderna, come l'autore del fumetto, nè tanto meno di psicologia di comunità".
Al di là di tutto ciò, il tema del fumetto mi sembra interessante e profondo o almeno da come tu ne parli....non potevo non commentarti questo intervento. E voglio finire dicendoti che sei straordinaria, credimi!
un bacio e un fortissimo abbraccio bella.

8 maggio 2009 08:46  
Anonymous Roberta ha detto...

Mi scuso per il congiuntivo errato: al posto di stia ho scritto stai. ancora un bacio.

8 maggio 2009 08:47  

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